Il primo dicembre 2001 era un sabato. Un sabato di quelli che esci di casa e il freddo ti prende subito a schiaffi sulle guance.
Una Philip Morris Superlight che ti riempie i polmoni ancora addormentati, una focaccia nell’intervallo, l’aria frizzante di quello che è senza dubbio l’unico giorno buono della settimana.

Il pomeriggio a trastullarsi tra i divanetti del Caffè del Teatro era la cosa più importante da fare e magari, se avanzava tempo, un salto al Disco International a comprare qualche improbabile dodici pollici dall’etichetta bianca che avrebbe allietato le mie compilation da “cameretta”.

Serata con nulla in programma, strano perchè a quei tempi passavo più tempo al Milù che a casa. Una sera da stare a casa sul divano, davanti a un film o a limite a un anticipo e invece si esce.

Nebbiolina, strade bagnate per l’umidità che scende e se ne frega, un freddo cane.

Sono le dieci e mezza, cammino a piedi in Borghetto, squilla il telefono.
Boom.
Un pugno dritto nello stomaco, K.O. tecnico alla prima ripresa di quella che è la vita.

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