Ho un’improvvisa (e presto spiegata) voglia di Carnevale.
Voglio le bandiere appese, il sole in alto e quei dieci-quindici giorni che lo precedono, con gli indaffaratissimi preparativi e il non dormire di notte per stampare tutto in tempo.
Voglio quella brezza che solo febbraio ci sa donare, quella brezza all’aroma di vin brulè, poi, nei giorni veri, d’arancia.
Voglio contare i giorni, voglio i colori e i profumi, le giornate un po’ più lunghe, il freddo pungente; voglio il pranzo al Faro del giovedì grasso, il berretto frigio indossato al momento giusto e l’attesa per lasciarsi andare.
L’attesa, è quella la chiave di tutto. Attendere qualcosa di speciale che si avvera dopo mesi di aspettativa, qualcosa di magico, qualcosa che ti accompagna tutto l’anno con il suo ricordo e la sua spensieratezza.
Anche nel momento più lontano, in piena estate, mi piace farmi cullare da quel connubio di ricordo e speranza.
Ma l’attesa vera è da giovedì in poi, con le giornate che volano e ti catapultano in quello che attendi senza che quasi te ne accorgi. Così, improvvisamente.
Il pomeriggio del sabato, tra corse e parole, il rito della vestizione, con la massima cura dei dettagli, le questioni scaramantiche.
E poi ci sono le tradizioni: quelle che si rinnovano, quelle che cambiano, quelle che vorresti lo diventassero e quelle che nascono e durano si e no un paio di Carnevali. Negli anni ne ho avute, me le sono godute e alcune le ho lasciate andare in base al momento, non può essere così dogmatico un periodo di assoluta libertà come quello di Carnevale.
Il porto franco dei nostri pensieri verso la felicità.
La musica, le ciotole piene, la preda in Dora, l’alzabandiera e il primo carro, quello che conta davvero.
E poi un turbinìo di coriandoli che pesano e fanno male, le pause che sono più del resto, l’appoggiarsi al ponte e la paura di cadere giù.
Applaudire le bandiere, chi è a cavallo e chi sul carro più importante, cantare a squarcia gola la canzone aspettando le pause giuste e l’”ovile” di chi non ha ancora capito un cazzo.

Voglio Carnevale, voglio sentirlo arrivare come lo sento ora, e voglio che mi prenda per mano e mi porti in giro a braccetto per quattro o cinque giorni.

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