Un foglio bianco, mi accendo una sigaretta e comincio a scrivere, anche se al posto della penna ho i tasti e al posto del foglio lo schermo.
Ci sono giorni in cui mi sveglio, apro gli occhi e mi viene un’irrefrenabile voglia di non essere a casa mia, nella mia stanza, con i poster di quando avevo sedicianni e le medagliette delle medie appese al muro.
Ci sono giorni che non torno a casa a pranzo, non perchè non abbia fame o non abbia tempo, ma semplicemente perchè non ne sento il bisogno. Il mio cordone si è lacerato con il tempo, e quanto tempo è passato.
Sono passati i tempi dello scooter sempre parcheggiato in cortile, quelli della domenica libera perchè i vecchi erano in baita o quelli del rimangoacasaconunascusatantoioilcostumenonlometto.
E’ passato del tempo, mai troppo velocemente, soprattutto quando, in punizione, ero costretto a saltarmi l’uscita del sabato (pochine in verità, a posteriori con qualcuna in più avrebbero forgiato meglio o perlomeno più velocemente).
E’ passata anche gente, mai troppa in realtà, forse perchè già ai tempi non me la sentivo totalmente mia.
Ho avuto vicini ganzi e gente che si spacciava per quello che non era. Una volta ho avuto anche un paio di vicine davvero carine, e da una non sono mai passato a prendere quel caffè per cui mi aveva invitato.
Una quantità di neon cambiati e un citofono che non ha mai funzionato, mille quadri sulle pareti e la camera di Lillo all’ingresso a destra. Le scale fatte di corsa e le siga fumate al gelo con la finestra spalancata e le cicche che morivano nella neve negli inverni che erano targati davvero con il nove all’inizio.
Profumo di roba francese, carta igienica sempre pronta, un led rosso che non sopportavo lampeggiare, i pifferi sotto casa a svegliarmi ogni giorno di Carnevale. Un portiere travestito da macellaio, un Nintendo 8bit con la pistola arancione, io bambino che si sbucciava le ginocchia ogni santo giorno e io adulto che mi dimentico di avvisare quando non torno a dormire e mi becco la cazziata il giorno dopo.
Parole e dischi, immagini e cartoline spedite da un sacco di posti che stanno su grazie alle calamite regalate da altrettanti posti.
Qualche valigia disfatta e molte fatte, con la convinzione che ogni volta che sarei tornato sarebbe cambiato qualcosa, anche se poco o niente.
A volte ho avuto ragione, altre torto, l’importante è essere partito.
A volte ho mostrato i denti, altre mi sono lasciato trasportare.
Quante volte mi hanno suonato il clacson mentre mi riportavano a casa, quante volte ho passato l’ultima mezzora per strada con caldo e col freddo chiuso in macchina a parlare, litigare, fare domande o ricevere risposte. Una volta anche a far l’amore.
E quanti giovedì grassi a prepararmi con un niente e uscire ed essere già nella festa, tornare a casa storto ma pur sempre a due passi, quelli più freddi, a volte tremando.
Un mobile sempre pieno di schifezze, un davanzale pieno di scarpe da calcetto e da running, una bacheca piena di foto, biglietti di concerti o di partite, qualche pass guadagnato tramite conoscenze, un plettro e un sacco di flyer di quello che ho fatto e sono.
Questa casa è piena di me ma io non sono pieno di lei, o almeno non più.
Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.. scriveva qualcuno, e allora prima di rompere equilibri, usare fazzoletti e urlare parole che non penso ho deciso che è tempo di andare.
E’ ora di cambiare, di resettare. Non l’ho mai fatto perchè ne ho sempre avuto timore, perchè le cose sono più semplici e ti passano di mente se non diventano un problema.
E’ ora di salire di livello, di alienarsi, di diventare indipendente davvero, insomma è ora di crescere.
E come crescere se non trovandosi da soli e con la mente libera, con un sacco di libri da inscatolare, qualche poster da stampare e una serie di pranzi o cene da scroccare?
Ok, perderò un sacco di cose, ne acquisterò altre e altre rimarranno qui (proprio dove sto scrivendo ora), perderò i San Dominich in diretta dal balconcino, perderò un po di innocenza e lascerò qui un po’ di me, per ritrovarlo congelato se mai ne avro bisogno.
Ma mi porterò via un po’ di quello che è qui, almeno con il pensiero, perché mi servirà, ne sono sicuro.

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