Diciamoci la verità: è colpa di Twitter. O meglio, del micro-instant-blogging. Ma non solo.
Ho perso un po’ di quel sano tempo libero che mi portava a riflettere sempre e comunque in una direzione, questa. Quella che sto scrivendo ora e chiunque leggerà poi.
Quella dell’ “uno a molti”, del bloggare tutto il possibile, dell’agenda setting e degli innumerevoli volumi letti e mai compresi sulla comunicazione interpersonale.
Twitter è uno a molti e uno a uno, contemporaneamente. Lo utilizzavo prima, l’ho utilizzato durante, lo sto utilizzando tuttora. Perchè è comodo, veloce, non ha bisogno di discorsività o tutorial, non si installa ed è presente in versione “light” sia sul mio fedele E71 che nei widget del MacBook.
(A proposito, per la creatività che lo ha sempre contraddistinto sto scrivendo dal vecchio iBook bianco)
E quindi mi ritrovo con tremila twit (o tweet) e pochi post, con un blog fermo al 20 settembre, cioè un mese fa, ed una serie illimitata di considerazioni da fare e non ancora affrontate.
Sto cercando una formula, una fottuta formula che mi riporti ad aprire Safari e pensare cosa scrivere oltre che schiacciare la noia con dei cinguettii.
Lo farò, ottobre ed oggi in particolare che lo sembra ancora di più, mi porteranno a farlo.
Nel frattempo sono stanco, ho le gambe a pezzi e la mente a forma di T pettinata o meno, non fa differenza.
Sto scappando da una scadenza che prima o poi mi dovrò dare se non voglio cospargermi (poi) il capo di cenere e fare “mea culpa”.
Ho bisogno di un po’ di sano relax da feed rss, ricominciando a leggere Beggi, Axell, SuzukiMaruti e Pasteris facendo colazione, la mattina, come una volta.

Per ora mi accontento di pensarci, sempre, e cercare comunque di ricordarmene.

Cosa cambia, Davide De Marinis

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