Non lo so proprio, non me lo riesco a spiegare nemmeno dopo qualche giorno che ci penso e rifletto su. Sarà che ci sono stato in momenti chiave e quindi magari alcune cose mi sono rimaste dentro davvero, o probabilmente in una vita passata ero li a fare il pastore e a fabbricare sudarole, comunque sia per me San Teodoro è un posto speciale.
E quando dico speciale non significa che vivo per la cinta o per l’ambra, significa che a San Teodoro respiro aria di casa, mi sento bene come in pochi altri posti, o meglio, come in nessun altro posto in cui ho passato delle vacanze.
A San Teodoro vedo le strade prima di esserci passato e “sento” ricordi vagando a piedi per strade che parleranno a migliaia di altre persone come a me, ma non sono geloso.
Sensazioni strane, perchè è difficile ricordare i nomi delle strade e l’esatta ubicazione di un bel po’ di esercizi commerciali che cambiano nome ogni tre mesi, ma tant’è, non ci posso fare nulla.

L’atmosfera di queste vacanze è stata alta e impareggiabile sin da subito, con il viaggio in cabrio, i cappelli di paglia e la finanza a genova. Una nottata in nave rubando poltrone a destra e a manca per dormire meglio e un primo mezzo-giorno passato in macchina aspettando le chiavi di casa.
Poi la camera con gigi, l’asciugamano union jack e “On the road” sempre nel marsupio, la palla gialla e i racchettoni con giammino. I discorsi seri con duccino e la spesa con bomber, maestro miaghi e i suoi pantaloni, “Sai cosa-Sai dove” e i verbi tabù.
Le partite a scopa con nardix, le pettinate prese (tante) e quelle date (poche), Mister Hyde in crisi piena già dalla seconda sera e i cori su Cassano alla Posta. Il natante non utilizzabile in più di quattro e i bagni in piscina dove il verde è davvero verde.
Lacinta,capocodacavallo,isuledda,calad’ambra,calabrandinchi,luimpostu viste da vicino, alcune con l’ipod nelle orecchie che ti fa vedere tutto come in un videoclip delle canzoni che preferisci. Alcune viste dal gommone, in lontananza.
Il Dettori con il Costa Molino, la griglia e la diavolina ecologica, “Bevo bevo bevo…” e il reggaeton, un’Ambranight da vera Vita Smeralda e Umbertone visto per caso che ci ha fatto scommettere che non l’avremmo più rivisto.
E invece la scommessa l’abbiamo persa tutti e ha vinto il nardix, perchè da Smaila ci siamo tornati ancora più carichi, dando spettacolo e facendo trenini.
Un “ombelico del mondo” che non è mai stato così afrobeat e un paio di viaggi in navetta che mi hanno obbligato a rendermi conto che viaggiare in Ducato non è poi così sicuro; un paio di serate al fresco del patio a parlare e confrontarsi, sovraffollando la rete umts in cerca di Nimitz e Pershing con l’immancabile sottofondo di dance anni ‘90.

Un continuo andare e tornare con la mente e cercare di capire dove stavo e cosa stavo facendo, dove sono e cosa faccio, dove sarò e cosa farò.
I giorni passavano e il movimento stava invertendo la sua marcia. Era per stare, non più per andare. O comunque un andare verso una direzione ignota e non eporediaebeach con il suo traffico di rimasugli e mcdonalisti.
Caos e situazioni caotiche, Luis Roederer, Satoru Miaghi, comodini Malm by Ikea.

Ho anche sentito per caso parole che stavano ancora incendiando. Parole che hanno fatto un giro enorme, immenso, per più di mille giorni e sono tornate puntuali li da dove erano partite.
Parole che ho fatto fatica a capire la prima volta, difficili da interpretare, da condensare in pochi minuti. Parole che ho cercato di tenere lontane in alcuni momenti e vicine in altri, parole che non potevano che tornare prepotentemente fuori alle sette di sera con il sole quasi dietro alle montagne, la salsedine sulla pelle e l’asciugamano pieno di sabbia.
Parole a cui ognuno dava un significato diverso o semplicemente nessuno, una serie di rime con un basso e una cassa in sottofondo che esprimono cose difficili da esprimere unendo solitudine e dolore non più come un limite ma come un’iniezione di vitalità.

Finchè non ho capito, almeno un paio di cose.
Sarà stato Jack ad un nuovo punto giusto, sarà che le batterie vanno staccate e scaricate fino a spegnersi per poterle ricaricare come si deve, sarà che gli anni dispari mi hanno sempre portato una discreta positività, sarà che ho sostato in piazzola con le quattro frecce accese per un paio di mesi per capire sostanzialmente il come portarmi avanti e mi ci sono voluti quattordici giorni via da qui per capirlo effettivamente.
Sarà il discorso che saggiamente ha iniziato qualcuno una sera, quei ventiseianni che ti sembrano li e ti giri e non trovi più, quelle serate in vacanza tutti insieme in cui ti senti stanco e non hai voglia di fare un cazzo e che a distanza di mesi poi ti perseguitano nella routine che ti assale appena ritorni a casa.
E non è solo perchè sono più vicino ai trenta che ai venti o perchè il mio cervello più passa il tempo e più vorrebbe abbandonare il resto del corpo per trovare rifugio in quello di un diciottenne, o non solo perchè mi sono divertito davvero, sono stato bene e mi sto fermando solo ora a pensare a quanto sia servito un bivio, qualche anno fa.
Un bivio che, caso strano, aveva a che fare con San Teodoro e che ha portato a terminare nel modo giusto il primo dei cubi che sto pian piano ritrovando in tasca e cercando di finire con le facce tutte dello stesso colore.
Sarà o non sarà, non lo so. So solo che avevo bisogno di scrivere per mettere ordine, e non c’è posto migliore che mettere ordine insieme ai fogli che parlano di me e dei miei ultimi tre anni e mezzo.

Ma nonostante tutto la malinconia ha accompagnato il mio ritorno, una malinconia lenta e puntuale mi ha preso a braccetto a Genova appena sceso dalla nave e mi ha cullato fino a ivrea tenendomi nella bolla di sapone indipendentemente dal resto. Era la stessa che avevo alla partenza, deve avermi aspettato sulla banchina per due settimane.
La malinconia di lasciare un posto che so già che non rivedrò a breve, e che comunque non rivedrò con questo spirito, questi anni e queste persone.
La malinconia di quando ero piccolo e un anno mi sembrava infinito e la lacrimuccia scattava automatica quando oltrepassavo l’ingresso del campeggio il 31 luglio o giù di li.
La malinconia del rendersi conto, che è la malinconia più brutta perchè è quella che ti fa vedere le cose dal punto di vista più oggettivo possibile, senza liquefazioni d’irrealtà o speranzose possibilità d’essere.
Una malinconia difficile da mandare via, che cercherò di scrollarmi di dosso correndo e aspettando che il tempo passi.
Sperando che basti.

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