Routinando come in uno studio

Marzo 10th, 2010 by Andrea

Una punta di magoncino l’ho avuta anche ora, a distanza di tre anni e un pezzo, dopo che ho riletto il post che avevo dedicato a Marco, il mio rasatore personale.
Eh si, perchè ogni volta che vado da lui è una festa per le mie orecchie e anche per quello che ci sta in mezzo.
Niente di nuovo da registrare, ma è pur sempre un evento che io abbia trovato ottanta minuti e dico ottanta da dedicare alla lettura di un libro coricato su una delle sue linde poltrone, aspettando che tra un complimento (pre) e un vaffanculo (post) arrivasse il mio turno.

Una nevicata insolita e infinita ha oggi re-imbiancato (anche se non in maniera decisa, per fortuna) la cara e vecchia Eporedia. Una nevicata fuori stagione, sintomo che la stagione arriverà di colpo e farà ancora meglio delle previsioni.
In programma ci sono delle t-shirt pungenti e una gita a Milano settimana prossima per vedere da vicino uno che ne sapeva due o tre di grafica e puntini.

Ah, dimenticavo…l’ora d’aria era data da un appuntamento fuoriorario, calcetto 22-23, che instancabile romanticone.

Sheena is a punkrocker, Ramones

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Dall’8 marzo 2010

Marzo 8th, 2010 by Andrea

Oggi sono uscito e ho fatto un giro in un supermercato.
Era una cosa che mi piaceva, ed ora mi lascia indifferente. Mentre altre cose che non mi piaceva fare ora faccio senza problemi. Tipo mangiare i carciofi.
Ho comprato un libro, 161 pagine da divorare. So che serve tempo, non lo nego, ma se cerco vedo che va tutto più veloce e io sono più avanti.
Strano.

Stasera ho pure trovato una strada che era sempre sfuggita al mio sguardo, l’ho vista perchè era illuminata, le altre sere no.

C’era un tempo in cui tutta la merda che toccavo si trasformava in oro, c’è stato un tempo in cui tutto l’oro che toccavo diventava merda.
Vorrei una mezza misura, tendente alla prima, oppure un rotolo di carta igienica.

E’ routine.

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Berlino? Tenchiù

Marzo 3rd, 2010 by Andrea

Berlino è bella, a tratti molto bella. E’ una città strana, fredda e asettica, poco coinvolgente, schematica.
E’ sporca (non ho mai visto così tanta sporcizia per terra, dappertutto) ma estremamente rigida, la domenica sciopera ma si rifà nei giorni della settimana.
E’ nuova, e per nuova non intendo che è alla moda, intendo che è proprio recente, 20 anni sono un’eternità, ma se nel palazzo in cui abito ci saranno mattoni di 300 anni fa il confronto fa davvero ridere.
Eppure, nonostante la maggior parte degli aggettivi siano negativi a me è piaciuta perchè è un libro aperto. Di storia ovviamente.

Charlottenburg ci ha trasportati nel ‘700 e poi un piano sopra cento anni dopo.
Una serie di rettangoloni spessi e quello che nascondevano sotto mi hanno fatto pensare, riflettere e deglutire a fatica per qualche minuto.
Poi la Lonely ha fatto un’altra volta il suo dovere: lo zoo, Charlie e i suoi sacchi di sabbia, SuNo, la media finita a fatica, Rudy e i suoi improvvisi attacchi di lavaggio denti, PoZdamer, la metro gratuita per gli italiani, le cipolle fritte e una serie di odori che non ho mai sentito prima (e una Dolores che “spero” di non incontrare più).
La scoperta di avere il quartiere e i negozi più cool (compresi Freitag e AA) proprio sotto casa e una serie di tazze prese in prestito da Starbucks, sempre così generoso con me.
Un’East Side Gallery che mi è entrata dentro nonostante sia un chilometro e mezzo di cemento, ma con una storia di 50 anni e con le facce di tutti quelli che l’hanno vissuto ben stampate sopra.

Quattro giorni intensi, di camminate e varie tonalità di grigio che coloravano e interferivano con tutto quello che si guardava.
Quando l’aereo ha staccato le ruote dalla pista di Schonefeld mi è rimasto dentro un unico rimpianto, quello di non aver visto cambiare il mondo (forse) per l’ultima volta possibile nel novembre di vent’anni fa.
Mi sarebbe piaciuto esserci per capire, vedere, annusare e toccare con mano tutto il cambiamento che stava avvenendo, per fotografare, per colorare, per dare il mio contributo attivo o passivo, per vedere le facce di quelli a cui avevano regalato veramente la libertà e la faccia di quelli che la libertà pensavano di averla e non avevano capito un cazzo.

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Ormai è andato

Febbraio 19th, 2010 by Andrea

E’ stato un Carnevale con la C e anche altre lettere maiuscole. E’ stato un carnevale innanzitutto pieno di lavoro, mai così tanto in quattro anni.
Un carnevale pieno di atmosfera, con buone e cattive intenzioni (in parte mantenute), un carnevale di caricamento e sfogo.
Mi sono caricato parallelamente a tutto il da fare per tre settimane e sono arrivato all’appuntamento innevato di giovedì grasso con in mente solo una cosa: divertirmi, e così è stato.
Un sabato all’insegna del “finiamo tutto prima che inizi davvero ad esser tardi” e una sfilata brutta come al solito, ormai divenuta indecente e quasi da eliminare definitivamente se non si prenderanno seri e decisivi cambiamenti in merito.
Una seconda parte di sabato sera molto più attraente anche se ai giardinetti è mancata la solita pogata sui Blink e sono mancati i fagioli grassi che sono stati rimpiazzati (male, molto male) da una treccia al Classico.
E’ stato un carnevale in compagnia, con un amico arrivato da Trento apposta per assaggiare Eporedia con la sua fragranza carnevalesca e che si è ritrovato ad assaggiare tra le altre cose una cucchiaiata di faseuj gras alle 9.30 di domenica mattina.
E poi finalmente battaglia, mai così aspettata da parte mia in tutti questi anni. Avevo voglia di sfogarmi e mi sono sfogato.
Tre pomeriggi pieni di vin brulè e pacche sulle spalle e con l’idea fissa che piuttosto che fare il pagliaccio, quando sarà ora smetterò con dignità, con la stessa con cui ho iniziato dieci anni fa andando a comprare una casacca verde e rossa e andando contro la tradizione famigliare che mi voleva di un’altra parrocchia.
La stessa che mi ha reso fiero di prendermi il mio foulard rosso lunedì sera e festeggiare con gente piena di ideali e valori che vanno al di là di tre giorni di febbraio ma che valgono tutto l’anno e non si risolvono in due cori in croce.

E’ stato un carnevale pieno di volti nuovi, volti conosciuti e meno conosciuti. A partire da due marinai giovedì sera, passando per una sfilza di cioccolatini, grappa, birra e anfibi.
Ho seriamente pensato che tornare a casa ubriaco marcio il lunedì sera solo per dormire mezz’ora in più ed essere fresco per la battaglia di martedì è un chiaro ed inequivocabile segno che anche a Carnevale, nonostante tutto, la mia razionalitù non mi ha abbandonato.

Ed ora ri-comincia il difficile, ditemi buona fortuna.

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E’ tempo

Gennaio 9th, 2010 by Andrea

Ho passato quasi tutta la mia adolescenza con il pensiero più o meno fisso di voler crescere, prima o poi, veloce o piano, ma crescere.
Risolvere i miei problemi ha sempre voluto dire quello: crescere. Le prime cazzate, i sabati litigati, le prime gelosie e le volte in cui avrei spaccato un muro per non dire quello che veramente pensavo.
Crescere crescere crescere. Ancora poco tempo fa sono stato messo davanti a un bivio: crescere è stata la scelta.

E poi una sera d’inverno ti mandano un messaggio e scatta qualcosa. Una malinconia già provata, un senso di impotenza di fronte al fatto compiuto, la voglia di poter vivere e spendere il mio tempo al di fuori dai pericoli e dalle complessità di tutto ciò che davvero mi circonda.
Me ne rendo conto due o tre volte all’anno, per fortuna, ed ogni volta è sempre più triste. La domanda che scatta automatica è la solita: stai facendo tutto, ma proprio tutto, per poter dire che stai vivendo?
Non lo so, crescere o no a volte avrei voglia di scappare ma non ho più tempo, badate bene, non è che non sono più in tempo (quello tra qualche anno), non ho proprio tempo di farlo, perchè tutto è più veloce al quadrato di com’era pochi anni fa. Tutto è fretta, velocità e assoluta razionalità.
E’ un puzzle che ogni giorno si autoscombina e per il quale passo il mio tempo libero a cercare di non scombinarlo ancora di più.

No, non voglio crescere. Voglio rimanere qui, anzi lì.

In quei momenti mi rendo conto che dovrei passare sopra a più cose, dovrei lasciar perdere, continuare a fare, spegnere la luce prima e tornare a casa.
Dovrei passare più tempo a pensare che a fare, a parlare che stampare, a sognare che scrivere e ordinare.

E’ tempo fertile, questo.
E’ tempo di rinascita, è tempo di leggere un libro, ascoltare un disco, uscire a bere qualcosa con qualche amico.
E’ tempo di fare tutto ciò che da tempo sto rimandando, con in testa me stesso che da un po’ è scivolato fuori dal podio delle cose importanti.
E’ tempo di riflettere e tornare indietro, a mente fredda.
E’ questo, sicuramente, il tempo.

Crocodile rock, Elton John

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